Prospettiva (assenza di) – Week #3 (e #3, e #3, e #3…)

Avevo scritto che sarei stata assente qualche giorno, e sono diventate tre settimane. Tre settimane che mi rimpallo da sola il Capitolo 3 di The Artist’s Way II sul Senso di Prospettiva. Leggere, l’ho letto. Ma dovessi dirvi di cosa parla, farei scena muta.

La piccola interruzione pasquale – con tanto di vacanza – si è trasformata al rientro in uno scontro frontale con un temibile avversario: lui, il blocco creativo. Si è annidato negli interstizi pigri e assolati fra la laguna e un calice di prosecco, ha aspettato paziente il ritorno a Torino, e mi è saltato alla giugulare senza tanti complimenti.

Che poi, a ben pensarci, questo essere pachidermico eppur strisciante ha molto a che vedere con la prospettiva, perché il blocco altro non è che la totale assenza di prospettiva. Il muro è così vicino che la sensazione è quella del confino permanente, e magari se lo si potesse guardare da lontano si scoprirebbe che è un muricciolo basso o facilmente aggirabile, ma da così vicino riempie completamente il campo visivo e finisci col pensare che esista solo quello. Neanche ti sogni che si possa andare dall’altra parte.

In cima al muro sta appollaiato il critico interiore. Naturalmente non lo vedi, ma lo senti parlare, eccome se lo senti. Perché quando sei bloccata – quando sono bloccata – hai un bel dirti: “scrivi” oppure “dipingi” oppure “prepara l’incontro di giovedì”. Quando sei bloccata scrivere è inutile perché tanto non hai niente da esprimere, dipingere è inutile perché non hai uno stile tuo e fai sempre le stesse cose, gli incontri di gruppo sono inutili perché quello che proponi è scontato e non serve a nessuno.

O meglio, così vorrebbe farti credere il critico. Che poi mi chiedo, se si impegna così tanto a convincermi che tutto questo è inutile, probabilmente è perché qualche vantaggio, nello stare bloccati, c’è. Quando sei bloccato non ti esponi, non rischi nulla. Non ti spogli delle maschere e non ti fai vedere per quello che sei. Non mostri – per fare un esempio – che sei bloccato e che fai fatica ad uscire dal pantano.

Il blocco c’entra anche con la sindrome dell’orfano. La sindrome dell’orfano non ha nulla a che vedere con la mancanza dei genitori. La sindrome dell’orfano è quando ti svegli la mattina e ti senti buttato in una vita e in un mondo con cui non hai nessun legame. Ti sembra che quella giornata che ti aspetta non sia la tua, e vorresti startene tutto il giorno sotto le coperte, nell’attesa che arrivi quella giusta, quella pensata per te. Altro che esporti e spogliarti: preferiresti andare in giro col costume del gabibbo, anche se fuori ci sono ventotto gradi.

E ti vengono un sacco di timori: di non essere capace di vivere, di sostentarti, di nutrirti. Il mondo ti fa paura, perché ti sembra enorme e minaccioso, e tu ti senti sola, senza santi o numi o protettori.

La sindrome dell’orfano ogni tanto si riaffaccia. Non ha nulla a che vedere con una reale mancanza di risorse, ma riesce sempre a farti sentire la piccola fiammiferaia. Ti butta in una spirale di vittimismo, e come ciliegina sulla torta ti senti anche in colpa, perché – suggerisce la voce del critico, che per l’occasione assume le sembianze della signorina Rottenmeier, mentre tu diventi Clara con tanto di paralisi – se tu fossi una persona a posto tutto andrebbe come si deve, e quelle paure non ce le avresti.

Ecco, quando succede questo c’è solo una cosa che posso fare. La stessa che farei con un bambino spaventato e diffidente. Ossia avere pazienza e provare ad essere gentile. E soprattutto, “fare” anziché pensare a “come fare”.

Per uscire dal blocco non serve a niente rimuginare su come buttare giù il muro o a come scavalcarlo. Non serve a niente accanirsi contro la propria impotenza. L’unica cosa che serve è agire, agire come se il muro non ci fosse, come se il critico interiore stesse zitto, come se il mondo fosse un posto sicuro e la terra sotto i piedi fosse ferma e solida. Come se. Compiere un atto di fede. Credere di poter volare, e saltare giù sbattendo le ali. Scrivere qualcosa, anche se è brutto, ancora meglio senza giudicare se sia brutto o bello. Dipingere uno scarabocchio qualunque. Andare fuori e metterci la faccia, e il cuore, e la perfetta umana imperfezione.

Stop the block. Act. 

È sempre e solo una questione di prospettiva.

(e, alla fine, Clara torna a camminare)

Prospettiva (assenza di) – Week #3 (e #3, e #3, e #3…)