L’Avversario: un laboratorio di Alchimia Creativa

castelli2603_1Giovedì sera ho proposto, ai partecipanti del laboratorio di Alchimia Creativa “Castelli Erranti”, un lavoro a squadre sul tema dell’Avversario. Separate da una quinta nera, senza vedersi, le due squadre si scambiavano più volte i fogli da disegno. Ogni lavoro era fatto da due persone, ma nessuno sapeva chi fosse l’altro. Nel susseguirsi di passaggi, ciascuno combatteva – per mezzo dei materiali artistici – con un avversario misterioso, uscendone dapprima sconfitto, per trionfare poi nello scontro finale, dando al nemico la possibilità di scegliere se soccombere o trasformarsi. E’ stato un lavoro molto interessante, che – nel racconto che è seguito – ha fatto accadere incontri e scontri di tono assai diverso: dalla vicenda biblica di redenzione alla fiaba classica; dalla riflessione metafisica all’allegoria poetica. Ciascuno di noi ha portato a casa qualcosa di prezioso, sia dal proprio “eroe” vincitore, sia dal proprio “avversario”, qualunque fosse stato il suo destino.

Il mio eroe mi ha insegnato l’importanza di trovare parole nuove.

Il mio avversario mi ha mostrato l’importanza di saper accendere il fuoco nelle vene.

Accompagno le immagini di questa bella serata con una fiaba che ho scritto qualche anno fa, dal titolo appunto “L’Avversario”.

castelli2603_opere3L’avversario

Taptuk era un poderoso guerriero.

Molto tempo prima, aveva deciso di combattere tutte le battaglie che poteva, per scovare ed infine sconfiggere l’Avversario, il nemico che ostacolava ogni suo passo.

Pertanto, un bel giorno s’era rasato il capo, aveva indossato un berretto di feltro rosso, e si era messo in marcia, fermandosi ovunque sentisse odor di guerra. Sperava che, prima o poi, in uno di quei sanguinosi scontri, si sarebbe trovato ad affrontare l’Avversario. Allora, l’avrebbe ucciso con un sol colpo ben assestato, e finalmente sarebbe stato libero di costruirsi una vita al riparo dalla sofferenza. Si sarebbe trovato una casa e una moglie, come facevano tutti, e avrebbe arato la terra e cresciuto dei figli.

castelli2603_opere4Alla fine di ogni battaglia, Taptuk rimaneva – lui solo – in piedi sul campo deserto, fra cadaveri e frecce e lame e cavalli, colpiti e uccisi insieme ai loro cavalieri.

Scrutava, con sguardo acuminato, la distesa di corpi e metallo, sino al limitare dell’orizzonte sfocato.

Tendeva le orecchie, setacciava palmo a palmo il suolo, annusava persino. L’Avversario, tuttavia, non si faceva mai vedere né sentire. Eppure, Taptuk sapeva che si nascondeva da qualche parte. Così si faceva forza, e si incamminava alla ricerca di una nuova battaglia.

Vi fu, una volta, uno scontro particolarmente violento. Persino Taptuk era caduto a terra, stremato dai colpi, eppur vivo. Rimase disteso al suolo sino a che non udì altro che silenzio; quindi si alzò, e come sempre faceva iniziò a scrutare.

Quel giorno il cielo si era tinto di un color rosso intenso, simile al sangue. L’orizzonte era perso nella foschia che si alzava dal terreno, sabbia di deserti lontani ed assetati, sparpagliata nell’aria dall’impeto guerriero.

Forse proprio grazie alla scarsa visibilità, lo sguardo di Taptuk fece un improvviso balzo, e si castelli2603_opere5spinse più lontano del solito, e poi più lontano ancora, fino a giungere in una caverna oscura, illuminata soltanto dai bagliori sinistri di un fuoco.

Lo sguardo di Taptuk percorse i meandri della caverna, girando intorno a stalattiti e rocce appuntite, ed evitando pozzi profondi e neri da cui avrebbe potuto essere inghiottito. Si spinse nelle profondità della terra, e si posò infine su di un’ombra scura: era Lui, l’Avversario. L’aveva finalmente trovato.

Della gigantesca figura nerofumo si distingueva solo il contorno: corna appuntite che si innalzavano al cielo, artigli acuminati protesi a ghermire, spalle torreggianti a incuter terrore. Dove avrebbero dovuto trovarsi gli occhi si agitavano fiamme ardenti, e lo sguardo di Taptuk notò che la poca illuminazione della grotta proveniva proprio da quelle braci.

castelli2603_opere6C’era però qualcosa che non tornava. L’immonda creatura era seduta – o meglio, accasciata – su di un rozzo trono di pietra. E ora che lo sguardo si era abituato alla luce fioca, coglieva altri dettagli: una delle corna era spezzata, gli artigli logori, le spalle sì immense, ma ripiegate in una gobba. Improvvisamente, le fiammelle che danzavano negli occhi dell’Avversario non gli parvero più gettare lampi battaglieri, bensì stanchi lapilli.

Taptuk contemplò la visione con terrore. Un sol colpo ben assestato, così si era ripromesso, poi sarebbe stato libero. Perché allora le sue braccia perdevano l’impeto, il suo cuore non fremeva per lo scontro, la sua spada non si sollevava fiera? Non voleva più la libertà tanto desiderata?

Perché il suo sguardo, invece che tornare a lui e assisterlo in battaglia, rimaneva in castelli2603_opere2quell’antro lontanissimo, a posarsi sul nemico con vaga e inconsueta delicatezza?

– Libertà, libertà! – si ripeteva Taptuk, sperando di richiamare le proprie membra e il proprio spirito all’agognata battaglia.

– Libertà! – si ripetè una volta in più.

Nel frattempo, i bagliori sanguigni in cielo stavano lentamente lasciando il posto all’azzurro luminoso che accende le steppe mongoliche in tempo di pace. Era così acceso e così chiaro che sfiorò persino quello sguardo lontano, perso in una grotta oscura a miglia e miglia di distanza.

Qualcosa, qualcosa di potente e lieve che vive nel cielo e nel cuore degli uomini, aveva raccolto la sua preghiera. In quel preciso momento, Taptuk comprese di avere ottenuto – per averla in fondo sempre posseduta – la libertà che aveva tanto cercato.

Così, abbandoncastelli2603_opere1ò i suoi occhi là, accanto a quello che era stato il suo nemico, e si incamminò nella direzione opposta.  La stanchezza lo colse sulle sponde di un fiume, dove si accasciò al suolo in un sonno profondo.

In questo preciso punto lo troverà, ferito e cieco, la donna che diventerà sua moglie. Ed è in questo preciso istante che termina la storia di Taptuk il guerriero, ed ha inizio la storia di Taptuk l’Illuminato, colui che aveva guardato negli occhi la Verità.

 

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