Prospettiva (assenza di) – Week #3 (e #3, e #3, e #3…)

Avevo scritto che sarei stata assente qualche giorno, e sono diventate tre settimane. Tre settimane che mi rimpallo da sola il Capitolo 3 di The Artist’s Way II sul Senso di Prospettiva. Leggere, l’ho letto. Ma dovessi dirvi di cosa parla, farei scena muta.

La piccola interruzione pasquale – con tanto di vacanza – si è trasformata al rientro in uno scontro frontale con un temibile avversario: lui, il blocco creativo. Si è annidato negli interstizi pigri e assolati fra la laguna e un calice di prosecco, ha aspettato paziente il ritorno a Torino, e mi è saltato alla giugulare senza tanti complimenti.

Che poi, a ben pensarci, questo essere pachidermico eppur strisciante ha molto a che vedere con la prospettiva, perché il blocco altro non è che la totale assenza di prospettiva. Il muro è così vicino che la sensazione è quella del confino permanente, e magari se lo si potesse guardare da lontano si scoprirebbe che è un muricciolo basso o facilmente aggirabile, ma da così vicino riempie completamente il campo visivo e finisci col pensare che esista solo quello. Neanche ti sogni che si possa andare dall’altra parte.

In cima al muro sta appollaiato il critico interiore. Naturalmente non lo vedi, ma lo senti parlare, eccome se lo senti. Perché quando sei bloccata – quando sono bloccata – hai un bel dirti: “scrivi” oppure “dipingi” oppure “prepara l’incontro di giovedì”. Quando sei bloccata scrivere è inutile perché tanto non hai niente da esprimere, dipingere è inutile perché non hai uno stile tuo e fai sempre le stesse cose, gli incontri di gruppo sono inutili perché quello che proponi è scontato e non serve a nessuno.

O meglio, così vorrebbe farti credere il critico. Che poi mi chiedo, se si impegna così tanto a convincermi che tutto questo è inutile, probabilmente è perché qualche vantaggio, nello stare bloccati, c’è. Quando sei bloccato non ti esponi, non rischi nulla. Non ti spogli delle maschere e non ti fai vedere per quello che sei. Non mostri – per fare un esempio – che sei bloccato e che fai fatica ad uscire dal pantano.

Il blocco c’entra anche con la sindrome dell’orfano. La sindrome dell’orfano non ha nulla a che vedere con la mancanza dei genitori. La sindrome dell’orfano è quando ti svegli la mattina e ti senti buttato in una vita e in un mondo con cui non hai nessun legame. Ti sembra che quella giornata che ti aspetta non sia la tua, e vorresti startene tutto il giorno sotto le coperte, nell’attesa che arrivi quella giusta, quella pensata per te. Altro che esporti e spogliarti: preferiresti andare in giro col costume del gabibbo, anche se fuori ci sono ventotto gradi.

E ti vengono un sacco di timori: di non essere capace di vivere, di sostentarti, di nutrirti. Il mondo ti fa paura, perché ti sembra enorme e minaccioso, e tu ti senti sola, senza santi o numi o protettori.

La sindrome dell’orfano ogni tanto si riaffaccia. Non ha nulla a che vedere con una reale mancanza di risorse, ma riesce sempre a farti sentire la piccola fiammiferaia. Ti butta in una spirale di vittimismo, e come ciliegina sulla torta ti senti anche in colpa, perché – suggerisce la voce del critico, che per l’occasione assume le sembianze della signorina Rottenmeier, mentre tu diventi Clara con tanto di paralisi – se tu fossi una persona a posto tutto andrebbe come si deve, e quelle paure non ce le avresti.

Ecco, quando succede questo c’è solo una cosa che posso fare. La stessa che farei con un bambino spaventato e diffidente. Ossia avere pazienza e provare ad essere gentile. E soprattutto, “fare” anziché pensare a “come fare”.

Per uscire dal blocco non serve a niente rimuginare su come buttare giù il muro o a come scavalcarlo. Non serve a niente accanirsi contro la propria impotenza. L’unica cosa che serve è agire, agire come se il muro non ci fosse, come se il critico interiore stesse zitto, come se il mondo fosse un posto sicuro e la terra sotto i piedi fosse ferma e solida. Come se. Compiere un atto di fede. Credere di poter volare, e saltare giù sbattendo le ali. Scrivere qualcosa, anche se è brutto, ancora meglio senza giudicare se sia brutto o bello. Dipingere uno scarabocchio qualunque. Andare fuori e metterci la faccia, e il cuore, e la perfetta umana imperfezione.

Stop the block. Act. 

È sempre e solo una questione di prospettiva.

(e, alla fine, Clara torna a camminare)

Prospettiva (assenza di) – Week #3 (e #3, e #3, e #3…)

Proporzioni – Week #2

Autodistratto © 2015 Claudia PicardiPrima di oggi non avevo mai cercato di disegnare il mio volto. Non ho mai avuto una passione per i ritratti, forse perché non sono mai stata brava a farli. Riprodurre la realtà richiede una capacità di osservazione superiore alle mie forze, e una macchina fotografica lo fa molto meglio di me.

Questo pomeriggio ho sentito però che disegnare me stessa era l’unico modo di guardarmi davvero allo specchio.

Non so se mi somiglia, però farlo è stato interessante e catartico.

il senso della proporzione

La settimana scorsa parlavo della comfort zone e di quanto sia difficile uscire da quei confini protetti. Senza saperlo, anticipavo il tema di questa settimana.

Ho passato buona parte della mia vita a comprimermi in una comfort zone decisamente troppo stretta. Il comfort era solo apparente: anche l’anima, come il corpo, si può anchilosare e far del male per colpa di una postura scorretta. La mia non aveva il permesso di uscire, i suoi desideri inascoltati, le sue pulsioni taciute. Eppure sognavo in grande. Ondeggiavo fra momenti di esaltazione funambolica e molto prosaici schianti al suolo. Perversamente, anche i sogni di grandeur sono parte del meccanismo di costrizione: si fantastica di ottenimenti straordinari e progetti fantasmagorici, ma sono architetture che cedono al primo alito di vento, e servono solo a confermare l’inettitudine di chi le ha disegnate.

Mi sentivo destinata a qualcosa di grande, ma nella pratica mi limitavo ad aspettare che il destino mi passasse a prendere – segretamente convinta, come ogni adolescente bruttina e un po’ goffa, che non si sarebbe mai presentato all’appuntamento.

È curiosa questa ambivalenza e al tempo stesso molto frequente: non riusciamo a ritenerci di alcun valore, perché aspettiamo che quel valore ci venga riconosciuto da altri – dalla famiglia, dalla società e dal mondo. E nascondiamo la nostra presunta inettitudine – nascondiamo a noi stessi, intendo – dietro alla fantasia di un luogo e un tempo in cui tutto sarà diverso, in cui saremo “salvati” e ci sarà riconosciuta la nostra speciale unicità.

L’invito al Senso della Proporzione (Walking in This World, Cap. 2) è un invito ad ampliare i propri confini, a percepirsi in tutta la propria “grandezza”. Se siamo grandi come degli elefanti, dice Julia Cameron, e ci costringiamo in spazi angusti, per forza ci sentiremo goffi e inadatti.

Alla mia mente intellettuale sembra un paradosso. “Percepirmi in tutta la mia grandezza” sembra proprio una di quelle fantasie egotistiche di cui parlavo poco fa. Julia Cameron si riferisce al non limitare le modalità in cui ci esprimiamo nella nostra vita, al non lasciarsi definire interamente (e soprattutto eternamente) dalle proprie scelte lavorative o artistiche, e al permettere che altre parti di noi si affaccino alla ribalta. E io penso alla mia incapacità di scegliere fra scrittura e pittura, fra fiabe e psicologia. Al mio desiderio che tutti questi mezzi siano “il mio”. Se chiedo che tutte queste cose possano essere parte della mia vita, mi sento in colpa come se stessi pretendendo troppo, e sono convinta che segretamente sarò punita.

Ma, mi rendo conto, qui c’è una differenza chiave rispetto ai palazzi di carta velina: e la differenza sta nella parola percepire. Non immaginarmi in tutta la mia grandezza, ma percepirmi. Sono due grandezze molto diverse. La prima è una nuvola di fumo che si allarga nel cielo mentre io mi comprimo nella (dis)comfort zone. La seconda è la mia anima che si espande mentre la comfort zone si fa permeabile, sfumata e si rende disponibile all’ampliamento. La prima non costa niente e non porta a niente. La prima costa non meno di ogni cosa, come diceva T.S. Eliot, ma porta alla vita vera.

Mi viene da chiedermi se in questi anni i miei periodi di ingrassamento non fossero altro che ribellioni di un’anima compressa, che non potendo allargare se stessa, lavorava ad allargare il corpo. L’inconscio che prende surretiziamente lo spazio che non gli viene concesso alla luce del sole. E allora mi dico che forse, per dimagrire in modo sano, bisogna prima permettere all’anima di occupare tutto lo spazio che le serve.

Proporzioni – Week #2

Il Blocco e la Fiducia – Week #1.5

DOES THE DAISY?

daisiesdoes the daisy
have faith
that spring will come
to redeem her?
does she fear
the autumn’s claw?
And does she
ponder
the meaning
of the sunshine’s kiss?
as i greet the sun
i wonder
if i’ll ever be able to
just be.
enough.

Qualche giorno fa, avevo deciso di fermarmi una settimana in più sul capitolo 1 di Artist’s Way II – WitW dedicato al tema delle Origini, di cui avevo già discusso la settimana scorsa. Ecco perché questa è la settimana 1.5.

Nonostante questo “rallentamento” nel programma (o forse proprio a causa di esso?) quest’ultimo weekend ho sentito emergere un blocco. Se i primi passi in questo lavoro sul radicamento mi erano sembrati leggeri e pieni di energia, ora mi sento goffa e appesantita.

Mi sembra di fare fatica a stare dietro a tutto – blog, esercizi fisici e creativi quotidiani, letture… Mi chiedo se sia il momento giusto. Mi chiedo se mi sono messa a fare una cosa sensata. Mi chiedo se non sto facendo troppo. Mi chiedo anche, contemporaneamente, se non sto facendo troppo poco. Come sempre quando parte questo disco rotto, si infila la domanda “Forse se davvero voglio realizzare i miei sogni devo lasciare il mio lavoro?” (e probabilmente poi sfamarmi brucando i non-ti-scordar-di-me e le margherite, invece che limitarmi a fotografarli).

Poi – stavo facendo la mia camminata mattutina – mi sono fermata a considerare la periodicità con cui il disco dell’auto-criticismo ripete la sua cantilena. E mi è venuto il sospetto di trovarmi dinanzi ad un blocco. Un blocco è uno di quei momenti in cui le mie resistenze al cambiamento si coalizzano e si coagulano in un’argomentazione – lucida, ancorché tendenzialmente distruttiva e sminuente – del perché dovrei smettere di fare esattamente ciò che sta provocando la trasformazione.

Le resistenze – e i relativi blocchi – sono sempre più forti quando il cambiamento va nella direzione dell’interezza psichica, dell’autenticità, del Sé. Perché in effetti, al “piccolo io” che si tiene stretto alle sbarre della personalità, uscire dalla “comfort zone” non piace. Lo dice il nome stesso: fuori dalla “comfort zone” il comfort diminuisce, si sta scomodi insomma.

Le lezioni di Feldenkrais mi hanno insegnato che quando il mio corpo è in uscita da uno schema abituale che non gli serve più, per un po’ sto scomoda esattamente in quelle posizioni che prima mi davano conforto – senza però averne trovate ancora di nuove! Allora, mi dico, forse la strategia per uscire da questo blocco è esattamente quella del Feldenkrais: dare ascolto a quel che sta accadendo, senza giudicarlo, senza voler trovare rimedi affrettati a ciò che non va rimediato, ma solo lasciato evolvere. Ed avere fiducia che l’ascolto mi porterà là dove è la mia strada, guiderà la trasformazione verso ciò che è reale ed autentico.

Respirare, e ripetermi che va bene così.

Ci provo.

Il Blocco e la Fiducia – Week #1.5

Origini – Week #1

Ferita originale - © 2015 Claudia Picardi
Alle origini c’è una ferita, e le radici affondano nella terra bagnandosi nel sangue e temprandosi nel fuoco.

Fil di ferro che vibra nel sangue,
canta al di sotto di ferite recidive,
placando guerre a lungo dimenticate.
(T.S.Eliot – Burnt Norton)

Prima settimana di percorso Artist’s Way II – Walking in this World (anche detto AW2 o WitW).

Prima settimana di Detox nel programma LeBootCamp (anche detto LBC).

Il riassunto della mia esperienza potrebbe essere: i nodi vengono al pettine.

Ma procediamo con ordine.

alle origini del creare

Prima equazione, emersa dalle attività svolte per WitW:

origini = beginner’s mind

Rendermi conto, cioè, che essere dentro al flusso della creatività – che poi vuol dire sentirmi centrata e presente in quello che faccio, sentire che lo scelgo, anche quando per certi versi si tratta di cose necessarie e dovute, sentire che è comunque la mia voce ad esprimersi – non è mai un conseguimento, ma è sempre un punto di partenza. Mi sento fluire con la creazione se ogni istante è un punto di partenza, non un punto d’arrivo. Uno penserebbe di capire una cosa così, e mettersi il cuore in pace – ossia smettere di cercare i traguardi e i foto-finish. E invece, tremola sempre davanti agli occhi il miraggio di quella linea eternamente un po’ più in là, oltre la quale finalmente potrò respirare sazia ed appagata di aver raggiunto l’obiettivo. Uno degli esercizi proposti nel libro consiste nello stare 15 minuti senza fare assolutamente nulla, lasciando vagare la mente dove desidera, e ripetendosi di tanto in tanto: “io sono abbastanza, io sono abbastanza…”. Se lo ripeto abbastanza a lungo, arriverò a crederci? 

tavolo

Seconda equazione, che mi sono appuntata oggi al margine del libro, nella quale si incontrano diversi dilemmi vagamente ansiogeni incontrati questa settimana.

origini = ferita = separazione = padre

Nel libro si parla di come blocchiamo i nostri processi creativi chiedendo loro di raggiungere la perfezione. In realtà la ricerca della perfezione è una scusa per procrastinare, ed io mi rendo conto che questo problema emerge in me tutte le volte che immagino, penso o spero di “mettere al mondo” una creatura artistica. Per varie ragioni – alcune variamente (psic!)analizzate nel corso degli ultimi anni – far uscire da me qualcosa di concreto del mondo diventa nella mia anima una sfida al padre. E in questa sfida io non sono brava: forse perché, per varie ragioni, mi è stata negata quando avevo l’età giusta. Non ho mai sfidato davvero mio padre, quello reale, e questo ora mi rende difficile sfidare il padre simbolico, che mi vorrebbe compiacente, improduttiva e sempre figlia. Non che mio padre voglia questo da me, tutt’altro, ma le condizioni e le circostanze della mia crescita mi hanno portato a vivere sotto quest’ombra, che a poco a poco si sta chiarendo – a prezzo di una grande ansia quando muovo qualche passo contro il diktat. Ad ogni modo, sempre meglio l’ansia di questi giorni che l’immobilità degli anni precedenti.

Endogenesi - © 2015 Claudia PicardiSì, perché qualche passo l’ho mosso. Questo blog è il primo. Ma subito dopo è seguita la decisione di provare a proporre i miei laboratori al convegno dell’associazione europea di psicologia transpersonale. La mia mente ha tirato fuori tutto il suo arsenale di resistenze, ma alla fine sono riuscita a farlo. La proposta è andata.

Stanotte ho fatto un sogno assai legato al mio rapporto col maschile, in cui comparivano tutti gli uomini significativi della mia vita, tranne mio padre e il mio attuale compagno. Sarà un caso?

disintossicazione atto 1

E veniamo al secondo “pilastro” del mio percorso: l’alimentazione. Mi ritengo soddisfatta di me stessa, perché ho seguito il Detox del programma LeBootCamp al meglio che ho potuto, e cioè cogliendone – spero – gli aspetti essenziali e adattando il resto a quella che è la mia vita e la mia percezione del sistema “corpo-mente”.

Tanto per cominciare, mi sono posta come obiettivo un peso salutare, anziché quello che ritengo il mio peso ideale dal punto di vista estetico. Ragion per cui l’obiettivo è perdere 7kg anziché 10. Questa scelta mi ha dato un equilibrio tra l’esigenza di accogliere il mio corpo per come è – decisamente morbidoso – e quella di prestare attenzione alla salute.

Sull’alimentazione sono stata sostanzialmente rigorosa (no glutine, caffeina, latticini, zuccheri raffinati o dolcificanti sintetici, alcool – tanti carciofi, avocado, mele, banane, crocifere). Ho avuto solo qualche problema con l’infuso di grano saraceno, la sobacha, che ho scoperto di detestare cordialmente. Poiché avevo la sensazione che mi infiacchisse (forse erano le mestruazioni, ma ho colto la palla al balzo) l’ho sostituita con una tisana depurativa arricchita con zenzero. Ho reintrodotto il grano saraceno cucinando due volte i soba giapponesi.

Riguardo al movimento, ho rigorosamente camminato mezz’ora tutte le mattine prima di colazione. Se c’è una cosa di cui devo ringraziare questo programma, è che mi ha dato una regolarità di orari che prima non avevo. Una volta alla settimana pratico aquatrek, un tipo di ginnastica/corsa fatto su un tapis roulant meccanico dentro una piscina. Avendo problemi di schiena, mi permette di fare movimento senza pesare sulle vertebre. Mi sono invece rifiutata di fare gli “esercizi della 25esima ora”, ossia esercizi di ginnastica in pillole da infilare negli interstizi della quotidianità. Riempire gli interstizi mi stressa, lo trovo antitetico alla ricerca di un equilibrio, che è fatto anche di pause e di respiro. Inoltre credo che il multitasking sia nemico della presenza a se stessi. Preferisco 10 minuti di meditazione o di creazione. Adesso vedrò se sostituirli con qualche posizione dello yoga.

Per quanto riguarda il controllo dello stress, per mia fortuna faccio una vita poco stressante, però piena di tante cose e a volte un po’ affollata. Credo che su questo punto il lavoro di Artist’s Way portato avanti in parallelo aiuti molto: mi costringe a momenti di pausa creativa e di meditazione. Non ho seguito il mandato di non guardare più computer e iPhone dopo le 7 di sera, però cerco di non guardare posta o messaggi prima di andare a dormire, in modo da non trascinarmi nel sonno “pratiche da evadere”.

Veniamo ora ai risultati, per certi versi decisamente incoraggianti. La bilancia infatti segna un -2 (lo so, avevo promesso di non parlare dei chili persi, ma tant’è…). Non solo, ho anche recuperato nella media molta energia, e ho avuto il ciclo mestruale meno doloroso degli ultimi due anni.

Come contraltare ho avuto dei piccoli fastidi – un gonfiore sotto a un piede lievemente doloroso, e una reazione allergica a non so cosa che mi ha provocato rossore e prurito in faccia – che però temo siano parte del processo “depurativo”: tossine accumulate che escono in superficie.

Complessivamente, trovo la fase di Detox decisamente faticosa (non so se la reggerei per più di due settimane), ma piuttosto gratificante, sia per lo stato di benessere corpo-mente che per l’oggettiva perdita di peso.

buon inizio di settimana a tutti!

La mia sarà dedicata questa volta al senso della proporzione! …e mi sa anche al senso della porzione (sob!)

 

 

 

 

Origini – Week #1

3 creAzioni

Atto di Fede © 2015 Claudia Picardi Un esercizio proposto da Walking in this World (The Artist’s Way II, WitW in breve) mi ha fatto venire l’idea di questa piccola “pratica” quotidiana… è un breve esercizio di fitness psicospirituale! Ho anche provato a lanciarne una versione “virale” su FaceBook, vediamo come va ^_^ Sarebbe bello se tutti ci concedessimo di vedere il potenziale creativo delle nostre vite, e tutta l’arte, la fantasia e i colori che mettiamo nelle piccole azioni di tutti i giorni.

attività esperienziale: #3creazioni

Una creAzione è una piccola azione alla nostra portata – nel senso che potremmo farla ora, oggi, nel corso di questa giornata – che sentiamo essere creativa, qualunque cosa questo voglia dire per noi. Creativa perché…

  • …ci fa uscire dalla ripetitività delle nostre giornate (mi compro un fiore al mercato!)
  • …ci mette in contatto con qualcosa che amiamo (vado di là dal mio compagno e gli dò un bacio!)
  • …l’idea di farla ci fa sentire profondamente bene e magari anche un po’ birichini (invece che preparare subito la cena, mi faccio un bel bagno caldo!)
  • ….ci permette di esprimere qualcosa di noi (adesso metto su un bel pezzo dance e me lo ballo in salotto!).

Sappiamo che si tratta di una creAzione quando all’idea qualcosa in noi si riscalda, si scioglie e magari frizza un po’. E talvolta, anche perché solleva delle resistenza… Ma no, dai, non posso davvero farlo… Mi piacerebbe ma… Non ho tempo/E se poi mi vedono?/Cosa penserà X?/Non ho un vaso per i fiori/[scrivi qui la tua frase distruttiva preferita] Bene: questa attività è una sfida alle resistenze e un incoraggiamento alla fantasia. Ogni giorno (per quanto? per una volta, per tre, per una settimana, per sempre se mi fa stare bene…) mi prendo cinque minuti per scrivere tre piccole azioni creative nel senso sopra descritto che non richiedano più di 10 minuti e che potrei fare se non ora, comunque nella giornata di oggi. Non devo per forza farle. Le devo solo pensare e assaporarmele. Può essere che da un giorno all’altro cambino: non sono cose che la mia mente vuole realizzare, ma piccoli desideri d’espressione che nascono dalla pancia! Quindi, ne scelgo una, e la faccio. Solo per farla. Senza vagliare i pro e i contro, i “se poi” e i “ma se”. Senza preoccuparmi che il risultato sia come volevo, senza nemmeno preoccuparmi che un risultato ci sia. Il mio risultato è aver fatto una creAzione

riflessioni

Atto di Fede (particolare) © 2015 Claudia PicardiJulia Cameron scrive, nel capitolo di WitW dedicato alle Origini: Alla scrittura non interessa dove la praticate. Le interessa che la pratichiate. Lo stesso vale per il disegno […] C’è spazio per l’arte in qualsiasi vita abbiate – qualsiasi, non importa quanto affollata o straripante, non importa quanto arida o vuota. Quello che percepiamo come “blocco” siamo in realtà noi stessi. Mi piace pensare che quando zia Julia parla di “arte” non si riferisca solo all’Arte “grande”, quella con la A maiuscola, ma anche all’arte piccola e forse per questo ancor più importante e preziosa di mettere noi stessi in quello che facciamo, di sentire che attraverso i gesti di tutti i giorni risuona la nota chiara di una voce, la nostra. Per questo penso che il viaggio sulla via dell’artista possa essere per tutti: perché si può essere artisti anche nel modo in cui si sceglie cosa indossare, in cui si prepara la cena o in cui si tiene il proprio bimbo fra le braccia. Spesso, quando desideriamo ardentemente una vita più creativa, ci immaginiamo una colonna sonora melodrammatica. E mentre nella nostra testa rimbombano note poderose e accordi dissonanti, proiettiamo un film in cui lasciamo tutto ciò che amiamo e tutti i nostri cari per ritirarci in un luogo solitario, forse esotico, dove saremo Artisti con la A maiuscola. Oh come mi risuona questo! Quante volte mi sono impantanata nel perseguire le mie passioni per attendere un immaginario futuro in cui tutto sarebbe stato perfetto per realizzare i miei sogni, dalla disponibilità di spazio e tempo, al mio umore e alla mia ispirazione… quando in realtà l’unica paura che avevo era di non essere all’altezza delle mie aspettative. E proprio le aspettative sono il problema, secondo zia Julia… L’esperienza mi ha insegnato che il mio artista interiore lavora meglio quando le aspettative sono contenute: se il dramma lo lascio nelle pagine che scrivo, le pagine si accumulano. […] La creatività è insieme ispirazione e iniziativa. È un atto di fede, e in questa espressione la parola “atto” conta tanto quanto la fede che ci viene richiesta. In effetti, anche nella mia (assai meno significativa) esperienza in fatto di creatività, e soprattutto in fatto di blocchi creativi – ossia in quei momenti anche troppo frequenti in cui mi sento compressa, inespressa e soffocata da quanto mi circonda, senza via di scampo – l’unico modo di uscire dal blocco è fare qualcosa. Agire e basta, senza se e senza ma, senza preoccuparsi del risultato. Azione per l’azione. E a poco a poco, che ci crediate o no, le cose ricominciano a fluire, e la voce torna udibile sopra il frastuono delle richieste e delle necessità.

3 creAzioni

Filetto di Salmone allo Tzatziki

Filetto di Salmone allo Tzatziki
(Ok, prima o poi fra i miei “compiti creativi” ci sarà anche quello di imparare a fotografare il cibo…)

Il programma LeBootCamp prevede inizialmente due settimane di Detox (altrimenti detta disintossicazione) in cui ci sono dei gruppi alimentari da evitare totalmente (cosa che non avviene nel resto del programma).

[se vi state chiedendo perché improvvisamente vi parlo di diete, forse vi siete persi l’inizio della storia…]

Ho iniziato la fase di disintossicazione proprio oggi. La ricetta che vi propongo non è Detox al 100% (i latticini sarebbero totalmente vietati, tranne, in dosi moderate, quelli di pecora e capra) ma, da quanto ho visto nei menu suggeriti da Valerie Orsoni, può essere considerata nei menu di questa fase. Sicuramente è valida per la fase successiva del programma.

Filetto di Salmone allo Tzatziki

Ingredienti x 2

  • 4 hg di filetto di salmone
  • 1 vasetto di yogurt greco magro
  • 1 cetriolo
  • 1 spicchio d’aglio
  • una manciata di foglie di prezzemolo (se vi piace, potete usare l’aneto)
  • olive kalamata (per un sapore più deciso) o taggiasche
  • 1 cucchiaio di olio d’oliva
  • tre pizzichi di sale

Preparazione

Preparo lo tzatziki frullando inizialmente lo yogurt col cetriolo. Di solito aggiungo il cetriolo a poco a poco finché ottengo la consistenza giusta, che per questa preparazione deve essere piuttosto liquida. Questa volta ci ho messo 3/4 di cetriolo. Quindi frullo insieme anche lo spicchio d’aglio schiacciato, il sale, l’olio e il prezzemolo.

Metto il filetto di salmone già porzionato in una ciotola e ci verso sopra lo tzatziki, lasciandolo riposare anche un’ora o più in frigo. Nel frattempo, denocciolo le olive (se decido di usare le taggiasche, onestamente le compro già denocciolate!)

Scaldo una padella. Sgocciolo il filetto di salmone e lo rosolo dal lato della pelle a fiamma piuttosto alta. In seguito abbasso la fiamma. Il tempo di cottura è variabile; dipende da quanto è alto il filetto (il mio lo era abbastanza) e da come preferite mangiarlo (io piuttosto cotto). Più o meno a metà cottura (potrebbe essere dopo 5 come 10 minuti) giro i filetti e irroro con un un poco di tzatziki. Terminata la cottura, servo nei piatti con un paio di cucchiaiate generose di salsa e le olive.

Nella foto ho accompagnato con insalata di carciofi crudi al limone.

 

Filetto di Salmone allo Tzatziki

Scoprire le Proprie Origini

Walking in This World - Week 1

Eccomi all’inizio della prima settimana del viaggio alle radici. Se vi siete persi l’inizio della storia, lo trovate qui.

Prima settimana di Walking in This World, aka The Artist’s Way II, tema: Scoprire le Proprie Origini (ok, non è la traduzione letterale, ma in italiano mi suonava male “Scoprire un senso di origine”).

Ho così pensato di iniziare questo lunedì mattina riflettendo e condividendo le parole introduttive di Julia Cameron, che amichevolmente tendo a chiamare “Zia Julia” pur non avendola mai conosciuta.

Questa settimana inizia il vostro pellegrinaggio creativo. Voi siete il punto di origine. Iniziate dove siete, con ciò che siete, in questo momento, in questo luogo. Potreste scoprirvi speranzosi, scettici, emozionati, pieni di resistenze, o tutte queste cose insieme. Le letture e le attività della prima settimana hanno lo scopo di individuare la parte di voi che state sfuggendo. Quando evitiamo la nostra creatività, evitiamo noi stessi. Quando incontriamo la nostra creatività, incontriamo noi stessi, e quell’incontro avviene nell’attimo. La disponibilità ad essere noi stessi ci dona l’origine nell’originalità.

Origine. Originario. Originale. Come dice un’altra delle mie dee della creatività, Elizabeth Gilbert, essere originali non significa fare qualcosa che nessuno ha mai fatto prima. Significa fare qualcosa che noi non abbiamo mai fatto prima. Tornare alle nostre radici, essere autentici, e fare. Hai detto poco, Zia J…

Scoprire le Proprie Origini