Il Blocco e la Fiducia – Week #1.5

DOES THE DAISY?

daisiesdoes the daisy
have faith
that spring will come
to redeem her?
does she fear
the autumn’s claw?
And does she
ponder
the meaning
of the sunshine’s kiss?
as i greet the sun
i wonder
if i’ll ever be able to
just be.
enough.

Qualche giorno fa, avevo deciso di fermarmi una settimana in più sul capitolo 1 di Artist’s Way II – WitW dedicato al tema delle Origini, di cui avevo già discusso la settimana scorsa. Ecco perché questa è la settimana 1.5.

Nonostante questo “rallentamento” nel programma (o forse proprio a causa di esso?) quest’ultimo weekend ho sentito emergere un blocco. Se i primi passi in questo lavoro sul radicamento mi erano sembrati leggeri e pieni di energia, ora mi sento goffa e appesantita.

Mi sembra di fare fatica a stare dietro a tutto – blog, esercizi fisici e creativi quotidiani, letture… Mi chiedo se sia il momento giusto. Mi chiedo se mi sono messa a fare una cosa sensata. Mi chiedo se non sto facendo troppo. Mi chiedo anche, contemporaneamente, se non sto facendo troppo poco. Come sempre quando parte questo disco rotto, si infila la domanda “Forse se davvero voglio realizzare i miei sogni devo lasciare il mio lavoro?” (e probabilmente poi sfamarmi brucando i non-ti-scordar-di-me e le margherite, invece che limitarmi a fotografarli).

Poi – stavo facendo la mia camminata mattutina – mi sono fermata a considerare la periodicità con cui il disco dell’auto-criticismo ripete la sua cantilena. E mi è venuto il sospetto di trovarmi dinanzi ad un blocco. Un blocco è uno di quei momenti in cui le mie resistenze al cambiamento si coalizzano e si coagulano in un’argomentazione – lucida, ancorché tendenzialmente distruttiva e sminuente – del perché dovrei smettere di fare esattamente ciò che sta provocando la trasformazione.

Le resistenze – e i relativi blocchi – sono sempre più forti quando il cambiamento va nella direzione dell’interezza psichica, dell’autenticità, del Sé. Perché in effetti, al “piccolo io” che si tiene stretto alle sbarre della personalità, uscire dalla “comfort zone” non piace. Lo dice il nome stesso: fuori dalla “comfort zone” il comfort diminuisce, si sta scomodi insomma.

Le lezioni di Feldenkrais mi hanno insegnato che quando il mio corpo è in uscita da uno schema abituale che non gli serve più, per un po’ sto scomoda esattamente in quelle posizioni che prima mi davano conforto – senza però averne trovate ancora di nuove! Allora, mi dico, forse la strategia per uscire da questo blocco è esattamente quella del Feldenkrais: dare ascolto a quel che sta accadendo, senza giudicarlo, senza voler trovare rimedi affrettati a ciò che non va rimediato, ma solo lasciato evolvere. Ed avere fiducia che l’ascolto mi porterà là dove è la mia strada, guiderà la trasformazione verso ciò che è reale ed autentico.

Respirare, e ripetermi che va bene così.

Ci provo.

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